• Luca Brambilla

La Comunicazione Non Verbale e i suoi falsi miti

Aggiornato il: 19 set 2018


Tempo di lettura: 2 minuti


Occorre che faccia un po’ di ordine prima di addentrarmi nel parlare di argomenti difficili come la comunicazione non verbale (CNV) e che inizi fin da subito a sfatare falsi miti e pregiudizi.

La storia moderna della CNV nasce con lo psicologo statunitense Prof. Albert Mehrabian, che negli anni ’60 scoprì che, quello che noi chiamiamo comunicazione, si suddivide in tre tipi, ciascuno dei quali influenza la comunicazione in maniera più o meno rilevante. La comunicazione non verbale (in particolare quella legata a corpo e mimica facciale) ha un’influenza del 55%; la comunicazione paraverbale (tono, volume, ritmo della voce, ecc.) influisce per il 38%; le parole e il contenuto verbale, contano solo per il 7%.


Da quel giorno sono comparse migliaia di persone che si sono volute far chiamare “specialisti”, il cui pensiero si può ricondurre a questo semplice, per non dire banale, concetto: non importa cosa dici, ma come. Peccato che questa considerazione non è la conseguenza della scoperta di Mehrabian. Il noto psicologo statunitense non fece altro che dimostrare sperimentalmente quello che, empiricamente, già tutti conoscevano: quando il tema trattato nella comunicazione sono i sentimenti o gli atteggiamenti, il come lo si dice “pesa” più di quel che si dice.



In aggiunta, quando il tema del discorso è più “tecnico” le percentuali variano sensibilmente. Un semplice esempio farà capire meglio: immaginate di avere di fronte vostra figlia che torni a casa dopo essere uscita con il suo ragazzo. Immaginate che arrivi a casa in lacrime e alla ovvia domanda su come stia, lei risponda “Benissimo!”. Ovviamente il nostro vissuto, quel che vediamo, ci farà credere alle lacrime, al viso deturpato dalla tristezza, e non al commento verbale della ragazza.

Il nostro (o perlomeno il mio) riconoscimento al Prof. Mehrabian va all'aver dimostrato tutto questo con elementi che lo certificano in maniera chiara, e mi spiace che i suoi studi abbiano generato schiere di finti coach e “decifratori di sentimenti”.


Inoltre, la CNV ci dà ipotesi e non certezze riguardo i sentimenti che attraversano il nostro interlocutore, e bisogna studiare anni, ma soprattutto dedicarsi molto all'ascolto profondo e sincero, per comprendere cosa stia provando l’altro.


Milano, li 5 Aprile 2017


#CNV #comunicazione

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