• Carmelo Zambara

La professionalità come stile di vita

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Partiamo dal presupposto che professionisti lo si diventa, non lo si nasce. Tutte le locuzioni allegoriche sulla professionalità innata e sull’esaltazione di essere professionisti fin da bambini sono solo frasi fini a se stesse. Nasciamo bambini, nasciamo spensierati e nasciamo con unico stile di vita: mangiare, dormire e giocare.

La professionalità, come lo studio e l’educazione, ci vengono imposti in primis dalla famiglia e poi dalla società: sta a noi decidere di esserlo o meno. Solo pochi riescono ad astrarre un concetto di professionalità da una famiglia disorganizzata o distratta, a volte per necessità a volte perché si passa più tempo a contatto con agenti esterni (TV, amici, scuola, libri o quant’altro). Mi viene in mente l’esempio classico della piccola Lisa Simpson del cartone animato I Simpson, in cui questa ragazzina di 8 anni riesce ad avere un’educazione ed una dedizione allo studio, all’arte e alla cultura eccelsa nonostante la sua famiglia, composta da un padre fondamentalmente ignorante e irresponsabile, una madre maniaca della pulizia e con soppressi attimi di isteria e da un fratello, Bart, indisciplinato, ribelle e ossessionato dal commettere atti vandalici e politicamente scorretti.


Quindi la professionalità stessa è frutto delle nostre idee e volontà. Un individuo decide e sceglie di essere professionale nel momento stesso in cui decide e sceglie un obbiettivo di carriera, poi esiste chi si accontenta del loop continuo di routine e professionalità (ben venga) e chi invece, la maggior parte, si impone uno stile di vita di abnegazione e impegno per raggiungere dei risultati, che vanno da una posizione gerarchica più alta al raggiungimento di uno stile di vita agiato, dalla volontà di ricoprire un determinato ruolo nella società civile alla fama di gloria e buona reputazione, che sono comunque tutti aspetti che portano ad un fine.


Essere professionisti non è solo vestirsi bene, mettere il completo migliore sia al nostro corpo che alle nostre parole. Essere professionisti non è solo una questione di stile di abbigliamento ma è una questione di stile di vita. Un professionista fa del proprio lavoro e di tutte le sue sfaccettature un credo, sacro e inviolabile. Dove puntualità, precisione, dedizione, abnegazione, routine, target, impegno, sacrificio, eleganza e correttezza non sono solo vocaboli per abbellire un discorso ma sono il mantra di tutti i giorni, di tutte le ore. Il cestista americano Kobe Bryant, ex stella dei Los Angeles Lakers, cambiò il proprio numero di maglia dallo storico 8 al numero 24, dichiarando in un’intervista che l’impegno e la dedizione di un uomo, di un professionista non si limita alle sole ore lavorative ma all’intera giornata, alle 24 ore, un professionista è tale anche al di fuori del contesto lavorativo e dall’orario solito di impiego.



Federico Buffa, avvocato, giornalista e commentatore sportivo, in un suo intervento alla Scuola Holden di Torino, in merito alla vita che un vero professionista tiene, riassume in un concetto, probabilmente il più emblematico, la sua personale definizione di professionalità, riferendosi a Michael Jordan, uno degli sportivi più importanti e forti della storia. E dice: ‘’Se lui lascia stare per un minuto soltanto allora si dà una giustificazione, permette alla sua testa di registrare un’altra visione del mondo; perché avrebbe accesso a quella [visione] quando questa arriva e lui non la vuole’’. Per inserirla meglio ne nostro argomento, Buffa, intende che un professionista non si può permettere di non essere sempre al 100% nel proprio lavoro, e in qualsiasi situazione o contesto, deve sempre dare il massimo, non può permettersi di lasciar perdere per una volta o eseguire un compito con sufficienza perché rischierebbe, così, di creare un precedente pericoloso in cui la mente si potrebbe così rifugiare compromettendo così non solo la propria professionalità, ma addirittura un’intera carriera.


Una vita all’insegna della professionalità è una vita di rinunce e di abnegazioni. Ci sono e ci saranno momenti di relax e di svago come in qualsiasi attività ma nei giorni, nelle settimane e nei mesi in cui si lavora si deve lavorare. Punto.

Sono scelte che un individuo compie. Non si scappa, perché scappare è sintomo di debolezza e con la debolezza non si concludono gli affari nella maniera adeguata. E se non si concludono gli affari nella maniera corretta non si è professionali. Non siamo nati professionisti ma lo siamo diventati e come tutte le cose che abbiamo scelto di essere, questa è una cosa che va portata fino in fondo.

"Hai un obbligo, nei confronti tuoi, per il mestiere che fai, di andare fino in fondo, indipendentemente dalle conseguenze: solo così avrai onorato il contratto che hai." (F. Buffa)

Milano, li 30 Novembre 2018

#abitudini #lavoro

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