• Luca Brambilla

La responsabilità sociale e culturale dell'università: un dialogo con il Rettore Antonio Uricchio

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Sempre più giovani scelgono di tuffarsi nel mondo del lavoro dopo la scuola superiore, disillusi dal mondo universitario che non sembra garantire un lavoro sicuro e immediato. Ho voluto intervistare il Rettore dell’Università di Bari, Antonio Felice Uricchio, in quanto promotore di un cambiamento sociale e culturale per riallacciare i rapporti del mondo accademico con i giovani e per favorirli al meglio nel passaggio da studenti a lavoratori.


Lei è rettore di un’importante Università del Sud Italia, che responsabilità ha come Rettore e che responsabilità ha l’università per i giovani, in uno scenario dove i giovani scelgono il lavoro rispetto all’istruzione?

L’università ha una responsabilità sociale e culturale. Sociale perché è chiamata ad agire per lo sviluppo del territorio in cui opera e per il capitale umano che, sempre in esso, vive. Culturale perché attraverso l’impegno e le sfide che è chiamata a sostenere, può sicuramente contribuire alla crescita culturale dei giovani o più in generale del contesto sociale in cui esiste. In secondo luogo la cultura paga sempre in termini di occupazione e remunerazione. I dati evidenziano, infatti, che il numero di occupati laureati sia due volte superiore al numero di occupati diplomati, come doppio è il reddito generalmente percepito dalla prima categoria rispetto alla seconda.



Negli ultimi anni abbiamo notato un allontanamento sempre maggiore tra il discente e il professore, soprattutto per mancanza di rispetto dell’autorità. Come è possibile riallacciare il rapporto?

Colui che insegna deve essere autorevole e una guida sicura ma al contempo deve essere in grado in interloquire con lo studente e contribuire al suo progetto di vita. Credo che oggi l’università sia profondamente mutata, così come lo è in larga parte la classe docente: abbiamo infatti sempre più formatori di eccellenza. In questa prospettiva anche il rapporto tra studente e docente è profondamente cambiato, e nella mia prospettiva, in meglio. C’è sempre più la condivisione di un progetto di vita piuttosto che un’imposizione o un indicazione dall’alto. L’università è cambiata e continuerà a cambiare, l’importante è che i docenti non perdano autorevolezza e continuino ad essere riconosciuti come educatori di eccellenza e come figure di riferimento che attraverso il proprio esempio possano contribuire alla crescita dei discenti e del contesto culturale in cui opera l’università.


Lei è testimone attivo del cambiamento che ci sta augurando nei confronti degli studenti, come vive questa situazione?

A mio parere il migliore ingrediente è quello di lavorare con i giovani senza perdere di vista anche l’energia creativa che trasmettono. Quindi occorre non chiudere gli occhi, non tapparsi le orecchie, non stare su un piedistallo, ma raccogliere gli spunti che i giovani ci offrono. Essi vengono spesso percepiti e dipinti come poco interessati, anche ai contesti sociali e politici, e poco propensi al lavoro di gruppo, mentre sono perfettamente in grado di affrontare sfide del futuro. L’importante è accrescerne l’autostima, la consapevolezza, le competenze trasversali e di responsabilità, secondo un modello etico che troppo spesso oggi viene dimenticato. Come dicevo prima il mondo è in profondo cambiamento e anche l’università non può essere estranea a questo processo, in quanto luogo di ricerca e innovazione. Deve essere in grado di accogliere dunque l’innovazione sociale e le dinamiche socio-economiche che assecondano lo sviluppo e di trasferire i risultati della propria conoscenza tramite la ricerca. Per poter far questo deve essere in grado di proiettarsi in avanti, interpretare il futuro ed esserne protagonista attivamente e consapevolmente, non avendo paura di porsi traguardi sempre più ambiziosi e valorizzando il merito, la conoscenza e i valori.



Che contributo possono dare giovani e i maestri dei giovani su uno scenario politico oggettivamente complesso e poco chiaro?

I giovani devono riconquistare la politica. Si sono sentiti per troppo tempo estranei, si sono convinti di essere lontani dagli asset di governo e in qualche modo sono stati messi anche volutamente ai margini. Per poter tornare protagonisti occorre riacquistare una piena convinzione delle qualità morali e di competenza, occorre coniugare passione civile, impegno e volontà di mettersi in gioco. In questo senso, le istituzioni di comunità, tra le quali annovero anche le università, hanno una grande responsabilità.


Ci parla del suo ultimo libro uscito?

Un libro uscito da poco e che mi fa piacere citare è quello che riguarda la dimensione promozionale del Fisco. Il Fisco è spesso visto come il luogo del prelievo, rapace e cieco, mentre può anche essere promozionale allo sviluppo e all’innovazione. Esso svolge una funzione che non è più neutrale, cioè estraneo ai processi di crescita, bensì funzionale allo sviluppo. Possiamo banalmente dire che esiste quindi un Fisco buono che rende migliore la società, in quanto promotore di ridistribuzione, equità e sviluppo.


Milano, li 15 Novembre 2018

#lavoro #università

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